La prima luce di MOONS

Ufficio Comunicazione - Alessio Coppola | 3 settembre 2026

Lo spettrografo MOONS (Multi-Object Optical and Near-infrared Spectrograph), installato al Very Large Telescope (VLT), ha effettuato con successo le sue prime osservazioni. Per la prima volta, uno strumento potrà ottenere spettri nel vicino infrarosso di circa mille oggetti contemporaneamente, aprendo una nuova finestra sull’evoluzione della Via Lattea e delle galassie.

MOONS è progettato per sfruttare la capacità di raccolta della luce di uno degli specchi da 8,2 metri del VLT e osservare simultaneamente una moltitudine di stelle e galassie. Circa mille fibre ottiche, ciascuna montata su un posizionatore robotizzato, possono essere indirizzate verso altrettanti bersagli all’interno di un ampio campo di vista. La luce raccolta dalle fibre viene quindi inviata a due spettrografi identici, con 500 fibre ciascuno, che la scompongono nelle sue diverse lunghezze d’onda.

Immagine MOONS

 Lo strumento MOONS al Very Large Telescope. Crediti: ESO

«L’idea di MOONS nasce nel 2010», ricorda Ernesto Oliva di INAF Osservatorio Astrofisico di Arcetri e coordinatore storico del progetto, «quando l’ESO invitò la comunità astronomica a proporre nuove idee per spettrometri multi-oggetto. Strumenti di questo tipo esistevano già, ma lavoravano principalmente alle lunghezze d’onda ottiche. La scommessa di MOONS era spingersi nel vicino infrarosso, tra 1 e 1,8 micrometri: una scelta scientificamente preziosa, ma tecnologicamente molto complessa. Estendere la copertura spettrale all’infrarosso era una terribile sfida tecnologica. Questo intervallo è infatti fondamentale per studiare le stelle nelle zone oscurate della nostra galassia e l’evoluzione delle galassie nel periodo cosmico di massima formazione stellare».

Nel corso dei suoi dieci anni di vita operativa previsti, MOONS dovrebbe osservare fino a dieci milioni di oggetti. Nella Via Lattea potrà studiare stelle fino a circa 40mila anni luce di distanza, comprese quelle nelle regioni oscurate dalla polvere, contribuendo alla costruzione di una mappa tridimensionale della nostra galassia e alla ricostruzione della sua storia, della sua composizione chimica e dei movimenti delle sue popolazioni stellari. MOONS permetterà inoltre di studiare le galassie che hanno popolato l’universo quando la formazione stellare era al suo massimo.

«Non vediamo l’ora di avere i primi spettri scientifici di galassie lontane. MOONS cambierà completamente il livello della nostra conoscenza delle galassie, soprattutto di quelle lontane tra 5 e 10 miliardi di anni luce da noi» spiega Filippo Mannucci di INAF Arcetri e coordinatore del working group sulle galassie con formazione stellare. «Per la prima volta potremo ottenere spettri accurati di centinaia di migliaia di queste galassie, e potremo quindi studiare in dettaglio la dinamica di questi oggetti, le loro abbondanze chimiche, la quantità di polvere interstellare, la presenza di venti prodotti da stelle e da buchi neri supermassicci, le popolazioni di stelle presenti e molte altre cose. Con queste informazioni potremo finalmente avere un quadro completo di come le galassie si sono formate ed evolute».

 

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